giovedì 17 febbraio 2011

Conciliabolo.

Il primo ad accorgersi di quanto era accaduto fu Richard Murray, poco dopo la fuga del demone dai detriti fumanti della casa. Arrivò da Tom di buon'ora e trovò il posto sventrato, devastato da una furia immane. Vagò tra i detriti, cercando tracce dell'amico, chiamò i fantasmi che vivevano con lui, il guerriero acheo, il capitano di marina ed il ragazzino, ma non seppero dirgli nulla. Avevano solo sentito grida e poi l'esplosione che aveva semidistrutto la casa. Atterrito, il mago provò a chiamare Cletus, che non si fece vivo, mentre trovò invece il gattone rosso che ogni tanto si accampava in casa del mago, anch'esso vagava per i detriti della casa, miagolando smarrito. Lo prese e lo portò a casa con se, il cuore pieno di sgomento, temendo il peggio per l'amico. Aprì il negozio, come al solito, per scoprire che la voce della distruzione della casa del faro si era diffusa velocissima, tra gli abitanti magici dell'isola e riuscì a ricostruire parzialmente l'avvenimento, poiché qualcuno aveva visto i lampi di potere magico e poi la grossa figura demoniaca dileguarsi in volo verso il continente. Quello che entrambi più temevano era infine accaduto, il demone aveva preso sopravvento sul mago. Richard si chiese ansiosamente cosa poteva esser successo per condurre l'amico tra le grinfie di quella maledizione, e spedì decine di gufi a tutti i conoscenti ed amici di Tom, sperando di aver notizie.
Fu solo a pomeriggio inoltrato che ebbe notizie, quando Reyes e Serephina entrarono nel suo negozio, accompagnate da un affannatissimo Cletus, che per l'emozione aveva smesso di parlare inglese, per tornare al russo, la sua lingua madre. Il piccolo e paffuto mago, solitamente gioviale e dall'eloquio fluviale, li accolse senza un sorriso, mandò l'elfo a calmarsi in cucina, preparando una tisana per tutti, e tornò a rivolgersi alle due donne, con una sola domanda sulle labbra.
«Avete notizie di Tom?»
«Mr Murray» disse la vampira, lo sguardo grave e preoccupato, prendendo subito in mano la situazione, «Siamo venuti qui perché abbiamo bisogno del suo aiuto.. Il demone contenuto nell'anello di onice che Tom ha trovato a Praga, si è impossessato di lui. Cletus ci ha portate qui da lei: dice che lei e Tom avete studiato l'anello a lungo.. Forse lei sa come fare per liberarlo.»
«Temevo che potesse esser successo questo. Era il terrore di Tom.» disse, chiudendo il negozio e conducendo le due donne nel retro, dov'era la cucina e la scala che dava accesso al suo appartamento, sopra il negozio. Si accomodarono davanti ad un camino, circondato da un largo divano e da due poltrone, le stesse che avevano spesso ospitato lui ed il socio nelle lunghe serate di studio. Sopra il camino era appeso un quadro, dove un'anziana donna, paffuta quanto Richard e con lo stesso sguardo gentile, si torceva le mani, osservando le due donne. Era la moglie di Richard, Clarissa, morta 15 anni prima, ma sempre ampiamente presente nella vita del marito.
«Com'è potuto succedere?» chiese dal quadro. «Tom era così attento, non si lasciava mai andare ad emozioni troppo forti, da settimane a questa parte...»
La vampira sospirò, prima di rispondere: «E' colpa mia.. Ha letto delle.. "cose".. nella mia mente, che gli hanno fatto perdere il controllo...»
Il mago abbassò la testa, troppo discreto per chiedere cosa, e si levò gli occhiali per prendere tempo, scuotendo il capo.
«Io ho scoperto di che demone si tratta, purtroppo.... stamattina ero andato da Tom per dirglielo.» mormorò, mentre il piccolo elfo tornava con un vassoio con teiera, tazze e biscotti. «Si tratta di Asmodeus, uno dei diciotto re infernali, signore della lussuria e del panico. Un nemico ben oltre le capacità del mio amico, pur abile com'è.»
Serephina, tremante, si portò le mani alla bocca, strinse gli occhi ed emise un piccolo gemito, mentre Reyes si passava le mani sul viso. Conosceva bene le gerarchie infernali e quel nome era uno dei più terribili. La governante esitò un momento, prima di aprire la grande borsa che portava e mostrare al mago un libro molto antico, dalla copertina rovinata di cuoio scuro.
«Io ho questo... è un grimorio, me lo ha dato una donna... dice di essere la faccendiera dell'Inferno, sostiene di esser l'incarnazione di un demone ella stessa. Mi ha detto di mostrarlo a Tom e quando lui lo ha letto è rimasto di sasso. Io non so che cosa contenga, ma forse lei...»
Richard prese in mano il libro, dubbioso, cominciò a sfogliarlo ed impallidì, come aveva fatto Tom giorni prima leggendolo. Man mano che sfogliava le pagine si rimpiccioliva nella poltrona, torturandosi i baffoni.
«Mio Dio... questa è la più tenebrosa delle Arti Oscure di cui ho mai letto. Capisco che Tom sia rimasto di pietra. Ma qualcosa, incredibilmente, ci potrebbe aiutare... Quella donna... ve lo aveva dato perché contiene un rituale per aprire un portale con le dimensioni infere. Da esso possono esser fatte uscire le legioni di Asmodeus, ma è altresì possibile rimandarlo indietro, se riusciamo a intrappolarlo di nuovo nell'anello e riusciamo a toglierlo dalla mano del nostro amico. Ma è un grosso rischio... ci vorrebbe un mago di grande talento per compiere quel rituale, io non so se ne sono in grado. Tom potrebbe, forse...» sospirò. «È incredibilmente in gamba come mago, sapete? Sa fare cose straordinarie... cose che non ho mai visto fare da nessuno. Ed è così modesto, dice sempre che sono delle sciocchezze. Eppure... io so che è una persona colta, ha viaggiato tantissimo, ha imparato molto viaggiando, e quando parla delle sue conoscenze... talvolta sembra ne abbia avuto esperienza diretta, se non fosse la persona mite e gentile che è, ci sarebbe da sospettare...»
«Non dire sciocchezze, Richard Murray!» Lo interruppe la donna dal quadro. «Il tuo sospetto è insensato e irrispettoso, ne abbiamo già discusso! Ovviamente Tom non ha mai praticato arti oscure, in vita sua, non è il tipo! Basta vedere la gentilezza con cui tratta quell'elfo!» esclamò indicando Cletus, a cui si inumidirono subito gli occhi.
Le due donne si guardarono, sorprese, e Reyes, che conosceva la vera identità del mago, parve corrucciarsi per un attimo, ma Richard alzò le mani, sulla difensiva.
«Hai ragione, Clara, perdona... tuttavia lui forse sarebbe capace ed abbastanza potente per fare questo incantesimo, con il mio aiuto. Io da solo, sicuramente non ne sono in grado. Così come non ho la più vaga idea di come potremmo catturare Asmodeus, ora che si è impossessato di lui.» Sbuffò, scuotendo la testa.
«Io conosco un cacciatore..» cominciò Reyes. «Un cacciatore di demoni e vampiri. Molto in gamba. È rinomato e temuto tra le creature della notte, si chiama Michael Jim Raven, lo conosce molto bene anche Tom, so che sono anni che si frequentano... da quando si è stabilito negli States, almeno.»
«Sì, me lo ricordo. L'ho visto in negozio un paio di volte, un omone alto, grande e grosso, con una cultura smisurata in fatto di demonologia. Non è del tutto babbano, mi ha detto una volta.»
«Esatto, ed è molto in gamba. Malgrado io sia una vampira, abbiamo fatto amicizia... lui ha capito che non sono un'assassina come la maggior parte della mia specie. Penso che ci potrebbe aiutare.»
«Sapete come rintracciarlo? Io non lo conosco bene.»
«Sì, non sarà un problema.»
Il mago annuì, cominciando a pensare che forse c'era qualche spiraglio di speranza, in loro favore.
«Si, ma come possiamo fare per togliere l'anello a Tom?» chiese Serephina, torcendosi le mani.
«C'è la possibilità di togliergli i poteri... esiste un incantesimo, molto antico, che veniva usato proprio per quello. Ma non è reversibile, almeno nella formula che abbiamo trovato noi. Io non me la sento di usarlo, voglio dire... quell'uomo sa fare cose meravigliose, una volta, per il gruppo teatrale magico di Nantucket, dove recitava anche mia moglie, ha preparato gli sfondi per le scene del “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare, diamine, erano talmente perfetti che anche gli spettatori avevano la sensazione di trovarsi in un bosco, c'erano le farfalle ed i folletti che volavano sopra le teste di tutti... era bellissimo. Non possiamo levargli i poteri, senza contare che molti nell'antichità arrivavano addirittura al suicidio, per la brutalità della mutilazione.»
«Mio Dio... vuol dire che abbiamo le mani legate?» Chiese Serephina sempre più allarmata. «Se lo lasciamo in balia di Asmodeus morirà, se gli togliamo i poteri lo condanniamo al suicidio! No! Io non ci sto! Sono disposta a barattare la mia anima con Lucifero in persona, per riportare indietro Tom!» esclamò con le lacrime agli occhi, sbattendo i pugni sul tavolo.
«Calma, calma...» disse Richard, mentre Reyes si avvicinava alla governante, abbracciandola. «Non è ancora detta l'ultima parola. Io e Tom stavamo elaborando delle variazioni su quell'incantesimo per renderlo transitorio. Ora sentite cosa possiamo fare: io andrò con Cletus a casa di Tom, cercheremo tra le sue carte tutti gli studi che aveva fatto, mentre voi cercherete questo Raven, per chiedergli di aiutarci a catturare Asmodeus, d'accordo?»
Reyes annuì, mentre gentilmente consolava la governante.
«Me ne occuperò io. Ora andiamo, Sere... è tempo di tornare al castello.»
Le due donne si congedarono, mentre il mago e l'elfo si materializzarono insieme al faro. Lo studio di Tom era per lo più intatto, ed il piccolo essere magico sapeva dov'erano tutte le carte, così poterono in breve tempo racimolare tutto il materiale necessario. Richard decise di andare a portarlo alla biblioteca del Congresso Magico dei Maghi, dove lavorava un suo caro amico, nonché lontano parente della sua defunta moglie, per vedere quale delle variazioni fatte da Tom potesse esser funzionale.

Nel frattempo, Asmodeus continuava a viaggiare per il mondo, alimentando le paure ed i desideri degli umani, schiacciando sempre più il mago in una morsa di orrore, dentro di sé, nutrendolo di paure e visioni terrificanti, e nutrendosi a sua volta delle emozioni spaventose con cui torturava Tom.

lunedì 14 febbraio 2011

Il faro

Il faro: baluardo di solitudine, unico segno di umanità contro il mare senz'anima. Sorveglia la distesa, girando la sua testa luminosa di guardiano insonne, solitaria guida di erranti dispersi in mare. Un ruolo, un compito che può svolgere solo chi sappia stare con se stesso meglio di quanto stia in compagnia, pur se talvolta non ami troppo nemmeno se stesso. In questo fortilizio, gli unici compagni raccontano storie che arrivano da lontano, nel tempo e nello spazio, e vanno ancora più lontano, a toccare le corde più intime del cuore del guardiano. Libri, storie, vite inventate che solo apparentemente non hanno nulla a che fare con la vita vera. Qualsiasi storia contiene la realtà, anche quando parla di luoghi e di persone inesistenti, contiene la vita più profonda, quella che nella quotidianità non è che il retrogusto, lo sfondo, il sapore che resta in bocca dopo un bacio, dopo una corsa in spiaggia, dopo una risata, dopo un lungo pianto. Quel sapore, quella sensazione, questo è protagonista dei libri migliori. Leggere è vivere due volte, ma come la scrittura è una parte della vita che si può fare solo in solitudine. E solo in quella solitudine si può trovare quello che ci insegna a star bene con gli altri, ad amarli, a comprenderli.
Il guardiano del faro fa il giro della lanterna, controlla che la luce sia accesa e sorride. Un altro viaggio sta per iniziare.
Buonanotte.

domenica 13 febbraio 2011

Gelosia

«Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore. È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre.» W. Shakespeare, Otello, atto III, scena III.

Guardò la mano inanellata, sempre più preoccupato.
Erano mesi ormai che lo portava e si era accorto con ansia crescente del potere del demone imprigionato in esso. Si nutriva delle sue emozioni, più forti erano e più lo sentiva scaldarsi. Prediligeva le emozioni negative, rabbia, dolore, tristezza, angoscia, ma si nutriva anche di quelle positive, ed ogni volta che si rallegrava di qualcosa percepiva l'anello scaldarsi ed una strana sensazione, come se qualcosa si muovesse dentro il gioiello. Da settimane aveva ripreso a far meditazione, per trovare e mantenere il più possibile il controllo dei propri nervi e non cedere in alcun modo all'emotività, ma doveva assolutamente trovare il modo di sbarazzarsene, prima che quel demone si caricasse di potere e lo sopraffacesse.
Aveva passato infinite serate con Richard Murray a studiare i tomi che avevano in libreria e spesso si era recato a Washington, alla biblioteca magica del Congresso dei Maghi, l'equivalente statunitense del Ministero della Magia britannico, cercando quante più informazioni gli era possibile sull'anello, sul demone in esso contenuto e sopratutto sul modo per levarselo.
Avevano trovato un paio di testi che parlavano di Agrippa e della lunga battaglia da lui sostenuta contro il demone, di cui non era menzionato il nome, in cui spiegavano che esso rappresentava un vero pericolo solo per i maghi, a causa del loro potere. Questo era il vincolo tra l'anello, il demone in esso contenuto ed il mago, mentre se a portarlo fosse stato un babbano l'anello non avrebbe avuto alcuna influenza sul portatore. In un testo del diciassettesimo secolo si narrava infatti che un boia dell'inquisizione avesse sottratto l'anello al cadavere di un alchimista, portandolo senza problemi, mentre l'alchimista era stato catturato mentre si stava trasformando in demone, a causa di un'emozione folgorante, al punto da metterlo nelle grinfie del demone, divenuto incontrollabile. Il boia poteva togliere e mettere l'anello come un qualunque gioiello, mentre i maghi, come Tom stesso aveva constatato, non riuscivano più a sfilarlo, una volta inserito al dito.
Per settimane i due maghi avevano cercato il modo di sfilarlo, Tom era persino arrivato a valutare la possibilità di farsi tagliare il dito e farlo poi ricucire dai medi-maghi di Boston, ma la prospettiva lo terrorizzava abbastanza da far diventare incandescente l'anello.
L'altra possibilità, per quanto sgradevole, era più semplice. L'idea era elementare, se Tom non fosse stato un mago, avrebbe potuto sfilare l'anello senza problemi. La questione era capire se esisteva un modo per bloccare o rimuovere temporaneamente i suoi poteri in modo da poter sfilare l'anello ed in seguito distruggerlo in qualche modo.
Lunghe ricerche portarono i due maghi in giro per il mondo, attraverso le più rinomate biblioteche magiche del pianeta, arrivarono addirittura a contattare Hogwarts, cercando un incantesimo adatto. Ne trovarono uno, usato nel medioevo come punizione contro i maghi che esponevano volontariamente il mondo magico ai babbani. Erano tempi più severi e crudeli di ora... ed il tradimento poteva portare alla morte. Per quanto i maghi antichi non temessero il rogo, la tortura era impossibile evitarla, e molti, malgrado quello che veniva raccontato nelle scuole ai ragazzini, erano effettivamente morti durante le fasi preliminari dei processi dell'inquisizione, sotto le mani dei boia. Per evitare questo, per punire i traditori del mondo magico, avevano escogitato un incantesimo che bloccava permanentemente i poteri dei maghi. Li rendeva al pari dei babbani, anzi, anche meno. Anche il babbano più babbano possedeva in embrione la sensibilità sufficiente per percepire la magia, quella dei Dissennatori, per esempio, ma un mago a cui fossero stati asportati i poteri sarebbe stato per sempre cieco a qualsiasi forma di magia, anche la più potente, come quella della bellezza o dell'amore. Era uno stato di cecità al potere talmente devastante da esser temutissimo, tra i maghi, e molti tra coloro che erano stati puniti in tal modo avevano finito per suicidarsi, successivamente. Si trattava di una mutilazione così potente, così crudele che era stata presto abbandonata, a favore di metodi meno inumani, come l'esilio, la cancellazione della memoria, la prigionia. Ben lungi dal volersi far togliere permanentemente i propri poteri, Tom meditava piuttosto di trovare il modo di alterare l'incantesimo al fine di renderlo temporaneo, giusto per potersi levare l'anello, ma era così complesso da sfidare anche le sue vastissime competenze magiche. Ne scrisse infinite varianti, chiedendosi se erano valide... e per la prima volta rimpianse i tempi dei mangiamorte. Un tempo avrebbe semplicemente potuto sperimentare queste varianti sui maghi che catturavano, fino a trovare quella adatta, ma ora non poteva permettersi sperimentazioni, e non sapeva quale di quelle versioni poteva esser funzionante. Le tenne per lungo tempo nel cassetto della sua scrivania, scrivendole e riscrivendole, fino a giungere a quattro versioni, che gli parvero più consone delle altre, e non le toccò, riservandosi di cercare un modo il più innocuo possibile per sperimentarle, prima o poi.
Finché non fu troppo tardi.
Era mattina. Era tornato da poco da un viaggio a Istanbul, in parte per cercare ancora informazioni sull'anello, in parte per andare a trovare Reyes Bloodsworth, anch'essa in viaggio per conto proprio, con cui aveva passato una splendida serata. Le aveva raccontato del suo ultimo fallimento sentimentale, con Serephina Wynne, la governante di Castel Dracula, con cui aveva iniziato una relazione, ma che aveva dovuto troncare, incapace di amarla. Aveva cercato conforto nella loro amicizia, ed avevano passato la serata insieme, seguendola a caccia di sangue. Si erano divertiti, erano quasi finiti a letto, e nel cuore del mago, a dispetto della sua razionalità, si era quasi riaccesa la speranza che tra loro potesse esserci qualcosa di più, visto poi che tra Reyes e Fenrir Greyback le cose andavano male, il licantropo era lontano da infinito tempo, ed il mago osava sperare quasi che la donna lo avesse dimenticato, dopo i loro interminabili tira e molla. Girava per il faro, preparandosi colazione e chiacchierando con Cletus sulle ultime novità dell'isola, talmente sereno e felice da sentire persino l'anello scaldarsi leggermente, avido del suo buonumore. Fece interiormente spallucce, pensando che in ogni caso il suo buon umore era uno scudo sufficiente contro il potere del demone, e poi si sarebbe concesso la solita mezzora di meditazione, per riequilibrare la propria emotività, prima di andare in negozio.
Fu quello il momento che Reyes scelse per andarlo a trovare e portargli un dolce... quando si abbracciarono per salutarsi, involontariamente Tom percepì i suoi ricordi. La sua legilimanzia si era ormai ampliata al punto da esercitarla al semplice contatto fisico, e quella mattina non aveva ancora alzato le sue solite difese interiori, che giudicava per altro superflue in compagnia della donna, e fu così che lo vide. Fenrir Greyback, tornato nella vita della vampira, addirittura il giorno dopo il ritorno della vampira da Istanbul, qualche giorno prima. Erano finiti a letto, ovviamente.
Un lampo di gelosia, di delusione, di dolore. Accecante. Brusco, immediato come un lampo. L'anello che portava al dito divenne subito incandescente. Il mago lasciò andare la vampira, che lo guardava perplessa. Si portò le mani al petto, stringendosi la sinistra che bruciava come fuoco. Il volto distorto dal dolore, il respiro affannoso, si avviò verso la cucina, la rabbia che si faceva strada nel suo petto, divorandolo. Fiammate dolorose partivano dall'anello salendo per il braccio, allargandosi in tutti il corpo. Camminava a fatica, senza badare se la donna lo seguiva. Cercava di scuotersi, giunto in cucina si appoggiò al tavolo, respirando a fatica. Le immagini della passione tra la vampira ed il licantropo gli invadevano la mente, senza riuscire a trovare la calma e la concentrazione per scacciarle. La donna che amava, tra le braccia del genere di individuo che aveva sempre disprezzato, un ibrido semiumano, un licantropo, per di più uno dei suoi mercenari. Pochi giorni dopo la sua partenza da Istanbul, per di più. Un gemito di dolore, fisico ed emotivo, gli sfuggì dalle labbra. Avvertì i passi di lei dietro di se, una mano che si allungava a sfiorarlo, e si girò a guardarla, carico di odio. Senza sapere che i suoi occhi non erano più blu ma neri, che la pelle, divenuta grigiastra, si stava muovendo come se qualcosa cercasse di uscire da sotto, con una voce roca e gutturale che non riconobbe si sentì dire alla donna che amava: «Non eri troppo sbronza per far sesso con lui, eh? Basta che lui schiocchi le dita, per farti trovare a gambe aperte... la regina dei vampiri è la puttana dell'ultimo dei lycan!»
La luce della stanza parve per un attimo risucchiata dall'anello, le spalle si piegarono come sotto un peso insopportabile. Il corpo del mago parve gonfiarsi di fronte alla donna, sbalordita e ferita, le mani del mago si deformarono e allungarono, fino a trasformarsi in artigli, il viso si alterò fino a sembrare quello del vecchio Voldemort, bluastro, senza naso, con gli occhi rossi. Con un gesto della mano sbatté la vampira contro il muro, dove ella si ferì contro uno scaffale, lasciando una lunga striscia di sangue sul muro, ricadendo per terra. Cletus, intento a preparare la colazione si era girato ed ora lo fissava spaventato a morte. Squittì di terrore e quando il mago riportò lo sguardo su di lui gli occhi si schiarirono per un attimo. Ansimava, si portò la mano al petto e tornò a volgersi verso Reyes.
«Vattene! Scappa!»
Il demone dell'anello ormai stava prendendo possesso del suo corpo, usando la rabbia e la paura della trasformazione. Un urlo possente e straziato gli uscì dalla gola, mentre continuava a trasformarsi. Cletus raggiunse la donna, aggrappandovisi, mentre lei scuoteva la testa e gridava.
«No! Non me ne vado! Questo non sei tu! Ribellati al demone che ti possiede! Combattilo!»
Il mago si stava trasformando ancora, in qualcosa di ancora più terrificante. Parve diventare alto come la stanza, strappando la camicia che indossava, le braccia e le spalle, nere e muscolose, mostrarono una pelle nera e coperta di scaglie, escrescenze cornee si alzarono dall'epidermide, scaglie sul petto, gli occhi ormai completamente neri e la bocca deformata in un urlo, la voce aliena, arcana, roca. Guardò con ferocia la donna ed il piccolo elfo, il volto deformato, allungato, la bocca piena di zanne spalancata e ghignante.
«Tom è morto, donna!» pronunciò la voce innaturale del demone. Ma quando terminò di dirlo cominciò a tremare, a scuotersi, il corpo si deformò ancora. Urla terribili echeggiarono nella cucina, mentre dal petto del demone parve emergere una seconda figura antropomorfa, somigliante a Tom. Le due figure combatterono, scuotendosi, quattro mani si artigliarono su un solo petto, due teste urlarono con due voci diverse, poi il corpo tornò ad essere uno solo, per un attimo gli occhi chiari del mago si fermarono sulla coppia atterrita di fronte a lui.
«Fuggite! Ora!» Urlò, prima che una fiammata di energia gli riesplodesse nel corpo, ed il demone prese di nuovo controllo del suo essere. La creatura si contorceva negli spasmi di un dolore fiammeggiante, ed un lampo di energia esplose spalancando il tetto della cucina, sopra di loro.
Il piccolo elfo piangeva a dirotto, senza riuscire a reagire, e fu la vampira a scuoterlo, gridando.
«Andiamocene! Cletus! Devi trasportarci lontano da qua!»
Solo allora la piccola creatura si riscosse abbastanza da smaterializzare entrambi lontano da lì, nella dimora della vampira.
Colui che un tempo era il mago e guardiano del faro rimase solo nella cucina semi devastata e ghignò follemente, allargando le braccia. Emise un urlo potente, assordante, mentre allargava il suo potere attorno a sé, distruggendo in parte la casa accanto al faro, poi allargò le ampie ali nere e membranose che gli erano spuntate sulla schiena e si alzò in volo, tacitando le urla del mago che ancora si dibatteva nel suo petto, disperato e terrorizzato. Solo una cosa ricordava la presenza del mago dentro di lui, l'anello di onice, ancora al dito del demone.

lunedì 7 febbraio 2011

Partenza.

Sa di lasciare il faro in buone mani. Prende il borsone da viaggio, lo riempie con quelle poche cose indispensabili: la bacchetta, qualche libro, il taccuino, la penna, qualche abito... se lo carica in spalla, girandosi a dare un'ultima occhiata alla casa. Il viaggio da fare è lungo, era tempo di intraprenderlo, prima che fosse troppo tardi. Ha bisogno di esplorare lati della questione che ha sempre lasciato indietro, come scorie moleste, ma che continuano a tornare a galla, malgrato tutti i tentativi di ignorarle. Si ferma a riflettere, mentre infila denari e documenti nella valigia, domandandosi da dove cominciare, anche se una prima meta del suo viaggio in cuore l'ha già decisa, molto tempo prima. Un ritorno da fare, un viaggio all'indietro, prima di poter tornare a guardare nel presente e mettere un'ipoteca nuova sul futuro. Il primo sguardo è dove non ha più riportato la sua mente da anni, dove tutto è finito, ma anche dove ha avuto un nuovo inizio. Annuisce, convinto, mentre la prima meta del suo viaggio si fa chiara nella sua mente. Termina di far le valige, con la bacchetta copre i mobili, non sapendo quando starà lontanto, fa il giro della casa, chiudendo con sigilli magici il suo studio, per non rischiare intrusioni in sua assenza. Al termine torna alla valigia, sentendosi stranamente leggero, alla prospettiva del viaggio. Si sta liberando di un peso, portato per così tanto tempo da esser diventato ingombrante e opprimente, ma al quale si era in qualche modo abituato, fino al punto da non essersi reso conto di quanto lo opprimeva. Ma è ora di liberarsene, ed il solo modo per farlo è partire.
Sorride, prima di uscire. Il piccolo elfo ed il gatto sono da Richard, al sicuro, ed il capitano fantasma si preoccuperà della manutenzione, come ha sempre fatto in sua assenza. Spegne la luce in casa, lasciando accesa la lanterna, che guiderà i suoi passi al ritorno. Sparisce, in uno sbuffo di fumo profumato.

Citazioni

"ma c'è un vecchio proverbio [...] secondo cui la conoscenza che non viene seguita dall'azione è peggio dell'ignoranza. perchè se tiri a indovinare e non ci prendi puoi sempre dire, merda, gli dei mi sono avversi. ma se sai e non fai, vuol dire che in testa hai soffitte e anticamere buie da percorrere avanti e indietro e a cui pensare. non è mica una cosa sana, produce serata noiose, un eccesso d'alcool e seghe".

Dal Taccuino di un vecchio porco, Charles Bukowski

domenica 30 gennaio 2011

Scrivere

Scrivere non è mai semplice.... non per il mago, che ancora combatte con la propria storia. Gira attorno al tema, scrive pagine su pagine, cancellando e riscrivendo, straccia la propria anima e la carta, in cerca delle parole giuste per raccontarsi, ma ancora una volta le parole gli sfuggono, moleste, elusive. Sbuffa, ogni pagina stracciata è un altro scavo da farsi nel cuore in cerca di parole che disegnino quello che nella sua mente è chiaro, ma non lo è sulla carta, forse non lo è ancora nel cuore, nella pancia.
Si alza dallo scrittoio, va verso il mobile bar, a farsi un bicchiere della staffa. Torna al tavolo, stringendo il bicchierino di liquido ambrato e rilegge, pazientemente, quel poco che ha prodotto. Avrebbe voglia di buttar via tutto, di nuovo, ma prova a fidarsi ancora dell'istinto, o dell'ostinazione, che dice, «no, prova ancora, tieni da parte, è tutto materiale che servirà, prima o poi.....»
Sbatte un pugno sul tavolo, ringhiando tra sè. Guarda il mare nero fuori dalla finestra, agitato dal vento e dalla pioggia battente che lo scuote, si porta le mani alla bocca, cercando di far tacitare le voci discordanti che dentro di lui bisticciano. Infine raccoglie il bicchiere, lo svuota in un sorso, raduna le carte e le infila nel cassetto, insieme alle altre. Chiude il calamaio, asciuga la piuma, lasciando che questi piccoli gesti segnino la fine di una giornata difficile e torna al divano, lasciando divagare la mente mentre fissa il fuoco e le salamandre che giocano ad inseguirsi dentro di esso. Con passo aggraziato, Spaccaossa sale sul divano e con un miagolio sommesso e gentile gli posa le zampine sul ventre, guardandolo interrogativo. Il mago concentra lo sguardo sul muso del gatto e torna a sorridere. Lo carezza, godendosi le sue fusa, lasciando che il micio soddisfatto gli strofini la testa contro il viso. COn un sospiro lo prende in braccio ed infine si decide ad andare a letto.
Forse certe storie non sono fatte per essere narrate. O forse sono troppo forti, troppo complesse perchè sia facile narrarle, e questo le rende più preziose delle altre.
Buonanotte, fantanarratori.

sabato 29 gennaio 2011

Letture ad alta voce...

Stasera il tempo è gelido, il vento entra dagli spifferi e cerca di penetrare nelle ossa.Il mago aggiunge legna al camino, preleva una salamandra dal fuoco e la mette in un contenitore ignifugo sul tavolino, dove il piccolo animale soprannaturale si acciambella comodamente su un pezzo di carbonella incandescente, spandendo calore attorno a se. Il mago si mette comodo sul divano semicircolare, si avvolge nel piumino e riprendere a leggere. Viene rapidamente raggiunto dai due coinquilini, il gatto e l'elfo,in cerca di calore. Il gatto senza tante cerimonie gli si raggomitola sulle ginocchia, cominciando subito a ronfare sonoramente, mentre l'elfo si infila dall'altra parte del piumuno, sbuffando annoiato. Sorridendo ad una muta domanda di Cletus, comincia a leggere ad alta voce il libro che ha in mano.

«Quando il signor Bilbo Baggins di Casa Baggins annunziò che avrebbe presto festeggiato il suo centoundicesimo compleanno con una festa sontuosissima, tutta Hobbiville si mise in agitazione.
Bilbo era estremamente ricco e bizzarro e, da quando sessant'anni prima era sparito di colpo, per ritornare poi inaspettatamente, rappresentava la meraviglia della Contea.»

venerdì 28 gennaio 2011

Multiversi

Scende la notte, ampia e silenziosa. Il mare risonante batte con ritmo ineguale le coste, senza stancarsi mai. Respira contro la terra, ed essa si addormenta sotto questa infinita carezza. Mentre il cielo si oscura, la luce scorre attraverso di esso, ugualmente instancabile, testimone di umane presenze.
Nel silenzio e nella quiete, una mente curiosa esplora altri multiversi, molti dei quali chiusi nel cerchio pallido del proprio cranio.
Buonanotte.

lunedì 24 gennaio 2011

Di fronte alla notte


Guarda le onde, il mago, mentre fuori dal faro si scatena la tempesta. Per l'ennesima volta in pochi giorni, sembra che le onde si accaniscano sulla piccola isola nel tentativo di divorarla. Solo per l'ostinazione della luce a spazzare le tenebre, l'isoletta resiste, segnalando la sua presenza ai naviganti che le girano attorno, diretti verso porti più grandi e sicuri. Nantucket non è altro che un piccolo porto di pescatori, sopratutto d'inverno, quando solo chi ci vive apprezza la sua scabra bellezza. 
Il mago esce per una passeggiata serale, sul molo.... e come sempre, quando si ritrova tra gli elementi infuriati si rilassa. Guarda l'oceano, si lascia frustare dalle onde, lavare l'anima dal vento. 
Il suo sguardo si perde in lontananza, fino ad un baluginio chiaro tra le onde, che si avvicina sempre più. Una nave, beccheggia spaventosamente, rolla tra le onde che sembrano giocarci sadicamente. Sta per rientrare e dare la segnalazione alla guardia costiera, quando aguzzando gli occhi vede chiaramente di cosa si tratta e sorride. Sarebbe perfettamente inutile segnalare la presenza di quella nave. È già naufragata mille volte, ma ogni plenilunio torna a cercare l'approdo che ha perso più di trecento anni prima. Le vele ormai sono stracci luminescenti, la chiglia erosa dalla navigazione incrostata di mitili, il timone tra le mani di uno scheletro smangiato dal tempo, legato per sempre alla barra con un rosario tra le mani ed un medaglione al collo. La donna ritratta in esso ha smesso da tempo infinito di attendere il pilota, ma questo ogni volta cerca di tornare a casa. 
Ma non vi è più porto che possa accogliere la nave dispersa....

sabato 22 gennaio 2011

Nomi



Il mare rumoreggia contro gli scogli, fragoroso. Un vento feroce lo sospinge nel tentativo di conquistare la terra. La piccola isola sembra arroccarsi su se stessa, restringersi, contro la furia del vento e del mare. La tenebra è punteggiata dalle luci del porto e dal faro, che come un occhio benevolo passa e ripassa a guardare il mare, ad avvertire i naviganti della presenza della piccola isola e dei suoi abitanti.
Il mago guarda fuori, dal silenzio della casa. La scrivania intasata di carte di fronte a lui è un conforto, è casa, la prima che abbia mai avuto, da quando se n'è andato da Hogwarts a cercarsi un altro nome. Ha dovuto conquistarne e perderne almeno altri due, prima di trovare se stesso e decidere che il nome non aveva poi nessuna importanza. Più importante è come ti chiamano coloro che ti vogliono bene, e c'è un nome, che solo una persona si azzarda a dargli, che gli è divenuto più caro di qualsiasi altro. La voce lo chiama dalla cucina, trillante come spesso sono le voci elfiche.
«Capo!» chiede, usando quel nome che tanto intenerisce il mago. «Che miele vuoi nella tisana? È rimasto quello di castagno e quello di tiglio!»
Il mago ci pensa e poi risponde, alzandosi per andare a prendersi la tazza in cucina.
«Tiglio.... almeno concilia il sonno!»

domenica 9 gennaio 2011

Il mare, la notte.

La notte, il mare... il vento gelido arriva da nord, stasera. Soffia sibilando fuori dalle finestre, mentre il faro gira su se stesso, cercando l'orizzonte sempre più lontano. Regna la quiete sul mare, mentre gli uomini si nascondono nei fragili gusci con cui osano solcare questo infinito manto, indifferente alle piccole creature che ...lo abitano o che cercano di attraversarlo. Da secoli guarda passare esseri sulla sua pelle, spesso se ne è nutrito, come di tutto quello che lo abita. Sposo della terra ferma, con cui condivide il dominio di questo pianeta, dove le genti credono di poter affermare nazioni e culture, e cercano solo di dimostrare di non esser mortali, di fronte a qualcosa di eterno.
Schiacciato da tanta immensità, il mago lascia vagare lo sguardo, riportando i propri pensieri e le proprie emozioni a più consone dimensioni, di fronte all'immane essenza di cui è fatta la vita. Seduto, al buio, di fronte alla terrazza della camera da letto, ha già fatto il giro del faro e salutato i suoi coinquilini, sia bipedi che quadrupedi, ed ora solo, fa i conti con se stesso. Nella tenebra del cielo, scarsamente illuminato, velato da nubi veloci e immense, finalmente, per una sera ritrova la pace. Tutto torna al silenzio, dubbi, ansie, paure, ed anche gioie e bellezza, tutto si azzittisce. La sua mente si svuota, placida e serena, pensieri nuvolosi passano spazzati dal vento di una nuova calma. La serenità non è una cosa da inseguire o da cercare, solo da attendere. Essa viene, quando è attesa, a portare sollievo dalle fatiche del dolore come della felicità, altrettanto faticosa per lo spirito quanto la sua negazione. Nella serenità, tutto acquista un altro sapore, un altro significato. Non è la felicità quello che rende immortale lo spirito, ma la sua capacità di attingere a questo bacino di calma, di pace. Tutto il resto è illusione.
Buonanotte.

(bhuddist mood mode ON)




domenica 2 gennaio 2011

Gatti con le ali




Cletus legge i suoi fumetti, di fronte al fuoco, mentre Spaccaossa cerca di prendere il piccolo di Golden Snidget che è nato nel nido dentro il faro e che ogni tanto riesce ad infilarsi in casa, attraverso fessure troppo piccole per qualunque altro essere vivente che non sia un uccellino minuscolo e velocissimo. Il mago guarda diverti...to la scena, mentre aspetta che il bollitore fischi, quando poi riesce a prepararsi la tisana serale si mette alla scrivania, a riordinare le idee sul taccuino. Stasera la sua mente è più serena, non sa spiegarsi perchè, ma non ci sono pensieri molesti a rodergli la mente... e la cosa non può che fargli piacere. È talmente rilassato che dopo poco si perde a guardare le evoluzioni del gatto all'inseguimento dell'uccellino che è stato all'origine dell'introduzione del Boccino d'Oro nel quidditch, ridacchiando, pensando che quel gattone ciccioso non potrebbe mai diventare un cercatore decente, nemmeno se sapesse volare... afferra la bacchetta, e ci giocherella, baloccandosi con l'idea di fare un incantesimo volante al gatto e vedere cosa succede, ma viene colto in flagrante reato da Cletus, che lo osserva inquisitivo da sopra il fumetto, facendo no con la testa
«No eh? Poi chi lo prende più, quando va a caccia di uccellini? Sterminerebbe tutti quelli dell'isola, hai ragione...» commenta il mago, posando la bacchetta.
«Precisamente... e diventerebbe ancora più grasso. A te non ti pesa, ma quando viene a dormire con ME, pesa ecccome!» ribadisce saggiamenete il piccolo elfo.
Il mago sogghigna, e torna a scrivere, ma dopo qualche istante si ritrova a disegnare un gatto con le ali sul taccuino.......

Notte....

 
*Il mago gironzola per il faro, attardandosi a guardare il mare, nero e mosso oltre la finestra. Il vento soffia minaccioso da NE, gelido e mordace. Un cielo trasparente, abitato da luci delicate, sempre più visibili grazie alla luna calante. Il rumore delle onde è un vago mormorio lontano, stasera.
Tamburella distrattamente sul vetro freddo, posandovi la fronte, con la speranza di far uscire tutti i pensieri prima di andare a dormire. Chiude gli occhi, cercando di svuotare la mente, immaginando la propria inquietudine come acqua limacciosa da versare fino a dissolverla nelle onde del mare, purificando la sua mente. Non funziona. I pensieri restano dove sono, stagnanti, maleodoranti, abbarbicati alle pareti del suo cranio, limacciosi contro il suo cuore.
Sbuffa, scuotendo la testa. Si allontana, torna nello studio, a guardare le file di libri sugli scaffali e le pile accumulate sulla scrivania. Talvolta rimpiange di non avere la fede dei semplici, a cui basta un libro solo per trovare tutte le risposte ed essere invece tormentato dal bisogno di trovarle sempre e solo in se stesso, senza credere alle risposte preconfezionate. Si siede alla scrivania e passa almeno un'ora a tormentare di dubbi il proprio taccuino, riuscendo finalmente a fare con esso ciò che non gli aveva concesso la visione dell'oceano. Sospira, infine, passandosi una mano sui capelli, strofinandosi gli occhi stanchi, segnati da occhiaie. Si allunga sulla sedia, la penna in mano, fissa per qualche istante l'inchiosto asciugarsi sulla pagina paziente, poi si riscuote, infine.
Compie l'ultimo giro del faro e chiude tutto, prima di salire alla propria stanza, in compagnia di un buon libro che non lo faccia pensare, sperando che almeno il gatto si sia preso la briga di scaldare un pò il posto.*





Un nuovo incantesimo.

*fuori il vento ulula sul mare infuriato. Dentro, mentre una musica indistinta riempie il faro, il profumo di una tisana si sparge nel salotto... il mago, seduto comodamente sull'ampio divano semicircolare, con uno scrittoio portatile sulle ginocchia, circondato da volumoni antichi, consulta libroni di alta magia, prendendo appunti su un taccuino pieno di orecchie e di foglietti colorati che spuntano. Sbuffa e spesso sorride, mentre scorre le pagine*
c'è sempre da imparare, straordinario.... *commenta tra se, mentre legge. Cletus, impegnato in una partita di "acchiappa la palla" con Spaccaossa, si gira a guardarlo per un attimo, giusto il tempo di farsi soffiare la pallina di carta lucida dalle mani dal felino attento*
Ho capito!! *esclama all'improvviso, battendo le mani* Cletus! Guarda, ho capito!
*afferra la bacchetta, allunga le mani di fronte a se e dopo un istante di concentrazione, con un respiro più profondo per prender tempo, pronuncia a voce bassissima un incantesimo. Dalla punta della bacchetta parte un lampo azzurrino, piccole scintille verde chiaro si allargano dalla cima e l'energia va a toccare un grosso tomo nella libreria accanto al caminetto. L'oggetto vibra, si torce, sembra quasi prendere vita, finchè un'ombra si alza da esso. Un alone scuro si contorce attorno al libro prendendo forme strane, che via via trovano ordine in una forma antropomorfa. Infine si illumina brevemente, mentre si materializza un uomo anziano, vestito di un lungo abito azzurro, con un mantello blu drappeggiato sulle spalle, ad avvolgerlo completamente. I suoi occhi fissano il vuoto, le pupille sono velate da uno strato bianco e latteo. Sospira e poi in greco arcaico chiede: «Dove sono, che luogo è mai questo?»
Il mago sorride, si alza e va incontro al vegliardo.
«Perdonate, Maestro...» risponde nella stessa lingua, esitante, poichè non la usa da tempo immemore, «sono un ammiratore della vostra arte, e vi ho convocato qui, con l'aiuto degli Dei... per chiedervi di ascoltare la storia dalla vostra viva voce.» Si alza, va incontro all'aedo e lo conduce a sedersi sul divano, accanto al fuoco.
Fa segno a Cletus, ipnotizzato, di andare a prendere un'altra tazza di tisana e di portarla per l'ospite. Il piccolo elfo obbedisce prontamente, e quando torna guarda interrogativo l'aedo cieco, che prende la tazza e l'annusa, il mago fa un piccolo incantesimo cos' che il suo coinquilino scopre di poter comprendere le parole dell'ospite inatteso. Questi ringrazia e poi, con voce sonora, abituata a raccontare la sua storia nelle corti e nelle piazze, senza far domande, comincia a declamare, mentre il mago commosso prende posto sul divano accanto a lui, silenziosamente....*


Narrami, o Musa, dell'eroe multiforme, che tanto vagò, dopo che distrusse la rocca sacra di Troia: di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri,
molti dolori patì sul mare nell'animo suo, per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni.
Ma i compagni neanche così li salvò, pur volendo: con la loro empietà si perdettero, stolti, che mangiarono i buoi del Sole Iperione: ad essi egli tolse il dì del ritorno.
Racconta qualcosa anche a noi, o figlia di Zeus.

[Omero, Odissea, traduzione di G.A. Privitera, Mondadori]

venerdì 31 dicembre 2010

31 dicembre - dal diario di Tom


Fa freddo, stanotte. 
Chissà quant'era fredda quella notte. Ottantaquattro anni fa. Lei andò all'ospedale, senza documenti, senza quasi un nome. Non disse nulla, a parte il nome della creatura che aveva messo al mondo, quello che avrebbero scritto sul suo atto di nascita, insieme alla dicitura "orfano", di lì a qualche ora. 
 
Tom, come suo padre. 
Orvoloson, come suo nonno. 
Riddle. 
Come fai a ricordarti del tuo compleanno con piacere, se è lo stesso giorno in cui sei finito in orfanotrofio? 
Risparmiatevi gli auguri. Non so che farmene. 
Tom.

martedì 30 novembre 2010

L'altro libraio - Draco Malfoy ultima parte

Quell'occhiata entrò nella memoria di Tom e vi rimase per tutta la sua esistenza. In ogni momento della sua vita successiva, se chiudeva gli occhi e tornava a quel giorno, rivedeva quegli occhi chiari, bagnati di lacrime, guardarlo compassionevoli, uno sguardo spaventosamente simile a quello che gli aveva rivolto Silente nell'aldilà, quando lo aveva accolto dopo la sconfitta di Hogwarts. Scoprì di non poter sopportare quello sguardo. Poteva sopportare l'odio che vi aveva scorto all'inizio, ma non quello. L'odio lo conosceva, e si rese conto in quel momento di provarlo per se stesso con la stessa intensità. Ma non riusciva a provare compassione per se stesso, non poteva perdonarsi.
Prese la decisione in un istante, istintivamente. Gli fece un incantesimo di memoria, cancellò quell'incontro dalla mente del ragazzo, e mentre l'altro restava momentaneamente imbambolato a guardare il nulla, rimandò i libri sugli scaffali con un gesto, dissolse i sigilli all'entrata della libreria e fuggì, il cuore colmo di una disperazione senza possibilità di redenzione. Tornò in albergo e fece i bagagli, materializzandosi al faro, dall'altra parte dell'oceano, nel cuore della notte.
Andò sulla terrazza più alta del faro, a guardare il mare. Rimase lì al freddo tutta la notte, la mente in tumulto, a osservare il mare avventarsi sugli scogli sotto di lui, le mani che artigliavano la ringhiera. Tutto dentro di lui urlava, un grido disperato di orrore. Respirava a fatica, ansimando, ed ogni respiro lo chiamava verso l'abisso, a por fine a tutta quella sofferenza con un volo verso gli scogli. Eppure restava aggrappato a quella ringhiera, i muscoli tesi allo spasimo, incapace di fare il salto ed incapace di tornare dentro, al caldo ed alla sua vita, che gli pareva ora assurdamente priva di senso. Come poteva aver pensato di rifarsi una vita, come poteva credere di potersi lasciare tutto alle spalle e ricominciare? Lo avevano ucciso, ed era giusto così, non era giusto che un uomo come lui vivesse. Non ne aveva il diritto.
Arrivò l'alba a osservare quel piccolo umano sull'orlo dell'abisso. Il sole indifferente si alzò a sfiorargli il viso e Cletus lo trovò, mentre andava a fare il giro di controllo alla lampada, che ancora era immobile a guardare il mare, stravolto. Il piccolo elfo lo chiamò un paio di volte, senza ottenere risposta, senza capire che gli fosse successo. Poi fece la sola cosa che gli venne in mente di fare, la sola che era capace di fare per gli uomini, da quando era nato.
Gli prese una mano, dolcemente, gli sorrise, e guardandolo gli disse: “Vieni dentro, Tom... prendi freddo. Ti preparo la colazione, ora.”
Il mago sentì il calore della mano sulla propria e guardò il piccolo elfo senza vederlo. Ma gli strinse la mano, e finalmente qualcosa in lui si sciolse. Si lasciò cadere seduto accanto a lui, lo abbracciò e per la prima volta nella sua vita adulta si abbandonò alle lacrime in presenza di un altro essere vivente. Pianse disperatamente, singhiozzando, mentre il piccolo elfo, pur senza capire, lo stringeva e gli dava pacche affettuose sulle spalle. Lo lasciò piangere finché voleva, poi quando sentì il corpo del mago sciogliersi di stanchezza contro il suo, svuotato e sfinito, materializzò entrambi in salotto, vicino al divano. Si sedette accanto al mago, che si abbandonò per terra ad occhi chiusi, e rimase lì a tenergli entrambe le mani tra le proprie, appoggiandogli la testa contro il petto.
Il mago si addormentò, senza accorgersene, per svegliarsi ore dopo, sul divano, coperto da un plaid, spogliato dei vestiti per il viaggio. Il piccolo elfo era accanto a lui, leggeva un fumetto, e sul tavolo di fronte era posato un vassoio autoriscaldante, su cui era posata una caraffa di cioccolata calda ed i biscotti di Cletus.
Fu lo sguardo di Cletus a dargli una spiegazione sul perché non si era gettato nel vuoto, la notte prima. Non poteva farlo. Cletus sapeva perfettamente chi era stato, era cresciuto in una famiglia di maghi oscuri, conosceva perfettamente la sua storia. Eppure gli voleva bene lo stesso, per quello che era adesso. Che avesse senso o meno, l'affetto di quel piccolo elfo lo aveva tenuto ancorato a quella ringhiera, impedendogli di buttarsi di sotto. Il mago, con voce rotta, gli raccontò che cosa gli era successo, e l'elfo ascoltò attento.
“Ma ora non sei più Voldemort. Sei Tom, e basta. Facci pace con Voldemort, e sii Tom. È a Tom che Cletus e tutti i tuoi amici vogliono bene. Voldemort è morto e lo hai ucciso tu” disse, posandogli il lungo indice nodoso sul cuore. “non Harry Potter. Lui ha ucciso il corpo di Voldemort, ma tu ne hai ucciso il resto, quando ti ho conosciuto. Tu sei Tom ed hai una libreria ed un faro di cui occuparti.” annuì, sicuro, e poi lo nutrì come se fosse un bambino, e quando fu soddisfatto di quanto aveva mangiato gli ordinò di dormire ancora. Il mago, incapace di ribattere, si lasciò cullare, e poco prima di sprofondare di nuovo nel sonno, lo sentì mormorare una canzoncina per bambini. Sorrise, giusto un attimo prima di addormentarsi. Qualunque fosse la ragione per cui era tornato in vita, qualsiasi fossero gli orrori del suo passato, per quanto non riuscisse ad affrontarli, Cletus aveva ragione.
Come al solito.

L'altro libraio - Draco Malfoy parte seconda

“Non ti credo.” Draco si appoggiò al bancone, avvicinandosi al mago che si ritraeva. “Tu sei lui. Sei v-Voldemort.”
“Ti sbagli. È impossibile.” Alzò una mano in segno di diniego. “Voldemort è morto.” Cercò di sorridere, ma ne uscì una strana smorfia.
“No, non mi posso sbagliare. Sei tu.” Draco era atterrito, guardava l'altro con occhi spalancati, pallido in volto, ormai aggrappato al bancone come se dovesse svenirvi sopra. Ne era certo, non poteva sbagliarsi. Lo sguardo, le espressioni, non poteva dimenticarsele. Quel volto mostruoso che lo aveva terrorizzato per anni, nei suoi sogni, lo aveva inciso nella memoria, e malgrado la deformità con cui lo aveva conosciuto, certi tratti erano rimasti identici. E quella voce... era lui, non aveva dubbi. “Com'è possibile.. come hai fatto?”
“No, ti sbagli, Draco...” gli si mozzò il fiato in gola, mentre si rendeva conto di aver pronunciato un nome che non avrebbe dovuto conoscere. Restò immobile, guardando il giovane Malfoy alzarsi di scatto, portarsi le mani alla bocca e fissarlo sbalordito. Arretrò dietro il bancone, fino a toccare lo scaffale alle sue spalle, e rimase inchiodato a fissarlo. Tom reagì d'istinto, estrasse velocemente la bacchetta dalla manica e con un solo rapido gesto sigillò tutte le entrate della libreria. Non era entrato nessuno dopo di lui, nel lato magico, ed erano soli. Non sapeva cosa voleva fare, ma non poteva permettersi di avere altri testimoni di questo riconoscimento.
“Draco, ascolta, io...” cominciò, senza sapere bene cosa avrebbe detto.
“Bastardo...” Mormorò l'altro. “Maledetto fottuto bastardo, assassino!” Terminò quasi in un grido, lasciando cadere le braccia. “Che vuoi fare, ora, uccidermi?”
“No Draco.. non voglio ucciderti, io non sono la stessa persona, devi credermi.” disse alzando una mano aperta verso di lui. Nell'altra stringeva ancora la bacchetta, e con lentezza la abbassò, a dimostrare di non aver cattive intenzioni.
“Come no? Pensi che potrei sbagliarmi? Lo sai da quanto tempo sogno la tua voce, maledetto?” lo aggredì. “Sono quindici anni che hai devastato la mia esistenza, TU! Non mi posso sbagliare. Non so che hai fatto alla faccia, ma la tua voce non la dimenticherò finché campo!”
“Lo so, ma non sono più la stessa persona di una volta, Draco...” Cercò di spiegargli.
“NO! Tu non sai nulla, maledetto! Non sai niente! Non me ne frega un cazzo di chi sei, tanto non ha nessuna importanza! Tu hai rovinato la mia vita! La vita dei miei genitori! La vita di chiunque!” gli urlò in faccia, estraendo la bacchetta dalla tasca della giacca. “AVADA K...” cominciò a gridare, ma Tom velocissimo alzò nuovamente la bacchetta e lo bloccò con un incantesimo immobilizzante.
Si ritrovò a fissare il ragazzo, che malgrado la paralisi lo guardava accecato di odio, consapevole che se avesse terminato l'incantesimo lo avrebbe sicuramente ucciso. Sapeva riconoscere la volontà omicida negli occhi di un avversario, e quel ragazzo che non era riuscito ad uccidere Silente per difendere la sua famiglia, era ora diventato un adulto in grado di ucciderlo senza esitare. Tom ansimò, il fiato corto, cercando di riprendere il respiro, guardando il ragazzo. Alzò la bacchetta verso il soffitto, sbalordito da tanto odio. Mai prima di allora aveva incontrato una propria vittima, e Draco poteva ben dirsi una sua vittima, anche se era sopravvissuto. Era vero, gli aveva devastato l'esistenza, come a tutti quelli che avevano osato incrociare la sua strada. Aveva ripensato alle proprie azioni, mille volte, pensando a quanto male era andata la sua vita, ma non si era mai pienamente reso conto dell'effetto che aveva avuto sulla vita degli altri. Allungò una mano a togliere la bacchetta dalle mani del ragazzo, la posò sul bancone di fronte a sé e modificò l'incantesimo per lasciargli la possibilità di parlare. Il ragazzo riprese il controllo del proprio viso e chiuse la bocca, guardandolo con odio.
“Che aspetti ad uccidermi? O vuoi torturarmi, prima? Non ti temo, bastardo... è passato il tempo in cui mi facevi paura sai?” disse, e poi gli sputò in faccia.
Tom non fece in tempo a ritrarsi, e prese il getto di saliva in viso. Fu come se fosse velenoso. La rabbia lo aggredì feroce e con un gesto della bacchetta mandò l'altro a sbattere violentemente contro la parete, dove rimase appoggiato, il viso deformato dal dolore.
“Tutto qua quello che sai fare?” Ringhiò.
“Io non voglio farti nulla, cazzo! Non ho intenzione di ucciderti, Draco! Come devo dirtelo? Lo avrei già fatto, se avessi voluto! Non sono più il Signore Oscuro!” gridò, pulendosi il volto con una manica.
“Ah, no? E cosa saresti, sentiamo, un libraio?” il ragazzo rise, incredulo.
“Si, sono un banale libraio. Uno stupido, anonimo libraio! Non mi passa più nemmeno per l'anticamera del cervello di conquistare il mondo magico, sto solo cercando di rifarmi una vita!”
“Ah, ma davvero? E con che diritto? E tutti quelli a cui l'hai devastata cosa dovrebbero fare, applaudirti ora, perché sei diventato buono? Ma chi vuoi che ti creda?” il giovane rise, incontrollabilmente. “Lo sai che quasi nessuno tra noi è riuscito a rifarsi una vita serenamente? Lo sai che sei rimasto negli incubi di tutti? Hermione, mia moglie, si sogna la battaglia tutte le volte che è sotto stress, mi sveglia urlando, ed io sveglio lei, quando mi risogno la notte in cui mi mandasti a cercare di uccidere Silente... uno dei miei migliori amici è morto, la notte della battaglia ad Hogwarts, e l'altro è diventato quasi pazzo, è finito al San Mungo per depressione, grazie a te. I miei...” il ragazzo strinse gli occhi che si andavano riempiendo di lacrime. Suo padre era morto ad Azkaban, e sua madre era morta di dolore pochi anni dopo. Aveva dovuto tirarsi su le maniche dal nulla, visto che tutti i loro beni erano stati confiscati, e solo di recente aveva ritrovato la tranquillità, quando si era ritrovato davanti Hermione Granger e si erano innamorati e sposati, con reciproca sorpresa. Credeva che tutto andasse bene, fino a quel momento, quando il peggior incubo della sua vita si era materializzato davanti ai suoi occhi, ed aveva anche il coraggio di dirgli che non era più il mostro di una volta. “Che diritto hai TU di volerti rifare una vita, sentiamo?”
Tom si lasciò vomitare addosso tutto quel veleno, senza reagire. La domanda di Draco rimase tra loro, più pesante di una condanna. Se l'era posta lui stesso, molte volte, ma senza darsi risposte soddisfacenti. Ed ora di fronte al ragazzo nessuna delle risposte parziali che aveva trovato aveva minimamente significato. Si passò una mano sul viso, abbassando lo sguardo di fronte al dolore terribile che emanava da lui. Essere legilimante significava sopratutto essere in grado di percepire le emozioni delle persone che aveva di fronte e solo una mente ben allenata e preparata poteva evitare di venirne travolta. Ma ora non era pronto a difendersi, la propria emozione lo tradiva, lasciandolo scoperto a farsi invadere dalle immagini provenienti da Draco. Se ne lasciò permeare, vedendo e sentendo tutto il dolore che si era portato dentro, tutta la rabbia, tutto l'odio non solo per lui ma anche per se stesso, il senso di colpa per essersi unito ai mangiamorte ed aver fatto cose orribili. Era così simile a quello che aveva sentito Tom stesso in questi anni dal suo ritorno che ne fu annientato. Senza rendersi conto di quello che stava dicendo, senza alzare il viso su Draco, Tom mormorò: “Perdono... io... non immaginavo.”
Aspirò pesantemente l'aria, immediatamente consapevole di esser ridicolo a chiedere perdono per qualcosa che era oltre qualunque possibilità di redenzione. Non meritava nessun perdono, tutta la sua vita era stata solo un infinito fallimento, una lunga sequela di orrori, senza motivo oltre al dolore che aveva provato lui stesso. Aveva cercato di vendicarsi dei torti che pensava di aver subito, questo era il vero motivo di tutta la sua ambizione, di tutto il suo odio. Ed ora, di fronte a Draco, aveva esatte, chiare le proporzioni dell'inutilità dei suoi sforzi. Gli tolse l'incantesimo bloccante ed il ragazzo ricadde a sedere sulla sedia dietro il bancone, i muscolo anchilosati e stanchi. Lo fissò, a lungo, incredulo, poi cominciò a ridere. Rideva a crepapelle, senza riuscire a smettere.
“Perdono? Mi stai chiedendo PERDONO?” Gridò.
Tom annuì, stancamente. Si appoggiò con le mani al bancone, lo sguardo basso, incredulo egli stesso.
“Non è possibile, lo so...” mormorò. “Non si può perdonare quello che ho fatto. Pensavo fosse giusto, pensavo fosse la cosa migliore da fare, e non mi sono reso conto di quanto male facevo. Pensa pure che sia ridicolo, ma non capivo... non sapevo quello che stavo facendo, a te, agli altri mangiamorte, a me stesso, a coloro che mi combattevano. Pensavo solo fosse giusto farlo.”
Draco lo guardò a lungo, senza dir nulla, mentre l'altro parlava. Alla fine solo una parola uscì dalle sue labbra.
“Perché?”
Tom, gli occhi che pungevano stranamente, come se qualcosa combattesse per uscire, si ritrovò a pensare alla propria infanzia. Aprì la bocca un paio di volte, cercando di spiegare, ma qualunque cosa avesse detto sarebbe stata inadeguata a far capire quello che aveva provato. Non poteva, come non poteva far capire a Draco quanto realmente gli dispiacesse aver fatto quello che aveva fatto. Così decise di spiegarglielo nella sola maniera possibile. Alzò lo sguardo su di lui, uno sguardo che pochi avevano potuto sostenere e sopravvivere, ai tempi della guerra magica. Entrò nella mente del ragazzo ed invece di estirparvi dei ricordi, per la prima volta in tutta la sua vita, si aprì totalmente ad un altro essere umano e gli mostrò chi era stato, e perché aveva fatto tutto quello che aveva fatto. Draco vide i lunghi anni all'orfanotrofio, le angherie, la consapevolezza di esser diverso, la totale mancanza di affetti, la solitudine infinita, la paura, l'odio, il bisogno di rivalsa... come Tom aveva visto tutto il dolore di Draco, così ora Draco vide quello di Tom. Chiuse gli occhi, incapace di sostenere altro, e scoppiò in lacrime.
“Non è giusto...” mormorò, tra le lacrime, e lo ripeté mille e mille volte, e Tom non seppe per chi dei due lo stesse dicendo. Abbassò lo sguardo sul bancone e rimase a guardarne le modanature per un tempo infinito, attendendo che l'altro si calmasse.
Draco, il ragazzo viziato e  troppo amato che era stato nell'adolescenza, per la prima volta in vita sua vide Tom Orvoloson Riddle come un orfano rifiutato da tutti, dal mondo babbano e dal mondo magico e comprese. Per quanto la sua vita fosse stata devastata dall'incontro con il Signore Oscuro, Draco aveva potuto almeno contare su una psiche irrobustita dall'amore che aveva ricevuto. Aveva davvero potuto pensare di rifarsi un'esistenza, ne aveva le capacità affettive, psicologiche. Colui che non poteva esser nominato, invece, era stato una parodia di uomo per tutta la sua vita. Non aveva idea di come fosse tornato a vivere, ma vi era veramente del pentimento, un barlume di umanità risvegliato nell'individuo che aveva davanti. E doveva soffrire orribilmente, ora che poteva vedersi come lo vedevano gli altri. Alzò infine lo sguardo su di lui e lo guardò con sincera compassione. Non avrebbe saputo perdonarlo completamente, troppo aveva sofferto per causa sua, ma poteva almeno capirlo.

domenica 28 novembre 2010

L'altro libraio - Draco Malfoy

Erano ormai mesi che lavorava alla libreria con Richard, e Tom non smetteva di congratularsi con se stesso per l'idea. Era veramente un toccasana occuparsi di quel posto, lo pensava tutte le mattina quando alzava la serranda ed entrava a riordinare i ninnoli magici che avevano l'abitudine di spostarsi durante la notte. Si divertiva, si rilassava ad occuparsi di quegli oggetti e la caccia ai libri gli dava enormi soddisfazioni. Passare ore a frugare in minuscole librerie d'usato, smarrire il senso del tempo in mercatini delle pulci dedicati ai libri, acquistare enormi biblioteche private senza qualità solo per poter mettere le mani su un singolo libro di valore inestimabile e totalmente sconosciuto ai proprietari, spesso eredi senza gusto o competenze, lo faceva tornare ai tempi di scuola, quando la sua unica preoccupazione era lo studio e poteva dimenticarsi di se stesso nell'enorme biblioteca di Hogwarts. Persino il lavoro di riparazione degli incantesimi posti sugli oggetti magici usati che vendevano, compito che Richard svolgeva in maniera ormai affrettata ed infastidita, lo metteva di buon umore. Si divertiva a cercare di riparare questi oggetti, alle volte occorreva letteralmente parlamentare con oggetti i cui incantesimi erano così antichi da averli dotati di una personalità, che non ne volevano sapere assolutamente di tornare alle funzioni originarie, protestavano, esprimevano le proprie opinioni con forza e convinzione, come il set di soldatini affezionati ormai al bridge ed al minuetto, del tutto restii a tornare a simulare piccole guerre come un tempo, che aveva inutilmente cercato di riparare settimane prima.
Inoltre aveva finalmente ricominciato a viaggiare. Era uno zingaro, sotto sotto, adorava trovarsi in giro per il mondo con il borsone in spalla. La ricerca delle fiere magiche dell'usato lo aveva condotto in lungo ed in largo nel nuovo continente, nei quartieri magici di quasi tutte le grandi città e non disdegnava nemmeno le fiere babbane, se per caso c'era notizia del decesso di qualche celebre mago senza eredi nei dintorni del luogo ove si svolgeva la fiera. Capitava sovente, infatti, che venissero messi all'asta i beni del mago dai babbani, senza sapere di star vendendo oggettistica magica, così che con un po' di fortuna e di attenzione era possibile scoprire piccoli tesori. Tom aveva ormai sempre una valigia pronta, nella casa vicino al faro, per poter partire in qualsiasi momento, sulle tracce di una fiera o di un mercatino in giro per il mondo, ed ormai, grazie a questo atteggiamento, gli affari stavano veramente andando a gonfie vele. Tanto che quando seppe di un mercato di libri della durata di una settimana a Dublino, il mago decise di partire.
Era stato a Dublino, una vita prima, e se la ricordava a mala pena, ma abbastanza da trovarla trasformata, almeno nelle parti più periferiche. Fu solo quando arrivò al centro della città che tornò a riconoscere le viuzze. Il mercatino che cercava si era rivelato deludente, un'accozzaglia di carabattole senza valore, e nessun libro che valesse la pena di riportare a casa, così Tom aveva deciso di passare gli ultimi due giorni ad oziare nella capitale, godendosi l'estate indiana, la birra e la musica irlandese, prima di tornare a Nantucket, con la speranza per altro di trovare magari qualcosa di interessante a Owl Lane, il quartiere magico dublinese. Era stato nell'ufficio del turismo magico, poco prima, dove si era procurato una guida ai luoghi magici caratteristici, con una dettagliata mappa del quartiere magico ed una breve descrizione della sua storia. Era intenzionato a farci un giro, ma una strana pigrizia lo stava avvolgendo, come un manto di tranquillità, sollecitata dal non aver nulla da fare per il negozio. Per questo era entrato in quel pub, attratto dalla musica che ne usciva ed ora esitava ad andarsene, e decise di prendersela calma, rilassandosi in compagnia di una pinta di birra scura, il cui sapore in patria era impareggiabile, ed ascoltando tre ragazzi che suonavano musica folk, in un angolo del locale. Il mago si sentiva in pace con il mondo, guardando la gente passare fuori dalle finestre del pub e osservando il cielo scorrere mutevole sulle loro teste.
Osservava oziosamente la strada, quando vide dall'altra parte un'insegna che lo incuriosì: Akasha. Era una libreria esoterica, a quello che pareva dalle scritte sulle vetrine, e stranamente gli sembrava familiare. Estrasse dalla tasca del giaccone da marinaio la brochure turistica e vi rintracciò il nome della libreria. Era famosa a quanto pareva per esser la prima libreria magica con un settore aperto ai babbani, provvista di libri autorizzati dal ministero per fare il minor danno possibile in mano ai babbani. Non diceva nulla del proprietario, ma pareva essere una delle attrazioni del posto, ed i maghi potevano usarla per passare nel quartiere magico grazie all'accesso nascosto nel settore dedicato ai libri di astrologia. Incuriosito, il mago decise di muoversi, e terminata la birra, attraversò la strada per entrare nella libreria.
Il lato babbano era divertente ed innocuo, decise. Vi erano esposti i libri di alcuni famosi maghi, ed altri scritti da babbani convinti di aver scoperto grandi segreti magici e spirituali, che Tom aveva letto con un sorriso quando aveva cominciato ad occuparsi dell'Arcana Cabana, perciò, dopo un rapido sguardo agli scaffali, si diresse deciso al settore astrologia per entrare nell'altra parte.
Tornò spesso a ripensare a quel momento, nelle settimane successive, talvolta maledicendo quell'impulso... ma altre si disse che forse era stata una delle esperienze più importanti della sua nuova vita.
La libreria era semivuota da entrambe le parti, quel giorno, e solo un commesso presidiava il lato babbano, mentre nel lato magico non vi era nessuno, quando Tom vi mise piede. Si mise a girare per gli scaffali, scorrendo titoli noti e meno noti di autori locali, perdendo come sempre gli capitava il senso del tempo e del luogo, immerso nella lettura di paragrafi da un libro e da un altro, prendendo talvolta un volume da portare in cassa, terminato il lungo giro. Ne aveva racimolati ben sei, quando finalmente si decise ad uscire da quella piccola libreria, prima di lasciarci un patrimonio. Era effettivamente fornitissima, faceva ampiamente onore alla sua fama di avere praticamente di tutto, ma non poteva portarsi indietro tutti quei libri, onestamente, o avrebbe dovuto abbandonare il suo bagaglio a favore dei volumi che avrebbe voluto acquistare. Si diresse quindi al bancone, dove era arrivato a sedersi su uno sgabello un giovane biondo, con lunghi capelli sciolti sulle spalle e stava leggendo una rivista, in attesa di clienti. Il mago posò i libri accanto al registratore di cassa, sorridendo, e disse: “Devo veramente farvi i complimenti... sono anch'io un libraio, ma la vostra libreria è fornitissima, molto più della mia!”
Il ragazzo di fronte a lui alzò il viso di scatto ed il mago poté vedere che non era così giovane come sembrava, ma sopratutto si rese conto di conoscerlo, e molto bene. Gli occhi color acciaio erano di famiglia, non ci si poteva confondere, così come l'abitudine di portare i capelli lunghi e sciolti sulle spalle. Il viso affilato era quello di Narcissa, ma lo sguardo era quello di Lucius. Draco Malfoy, approssimativamente trentenne o poco più, impossibile dirlo grazie alla virtù tutta Malfoy di sembrare più giovani della loro reale età anagrafica, era di fronte a lui, e lo guardava con una strana espressione negli occhi.
Tom si sentì gelare. Aveva frequentato la Malfoy Manor per oltre un anno, quando era tornato in vita, in attesa di riuscire ad uccidere Potter, e Draco non solo conosceva il suo viso, conosceva benissimo la sua voce. Poteva aver ritrovato naso e capelli, i suoi occhi erano tornati del blu originario, ma la voce era rimasta identica, come l'altezza, il portamento, le spalle. Restarono a fissarsi, indecisi, il giovane a studiare quell'uomo che gli ricordava una parte tanto dolorosa della sua vita e l'adulto a fissare un passato a cui aveva smesso di pensare. Il silenzio cominciò a farsi pesante, senza che nessuno dei due facesse una mossa, poi Draco prese i libri, senza guardarli.
“Grazie” Disse Draco, senza espressione nella voce, “è un piacere incontrare un collega... dove ha aperto la sua libreria? Magari la conosco.”
“N-Nantucket.” Rispose asciutto, la bocca arida articolava le parole a fatica.
“Nantucket? Si trova negli States, vero? Ma lei non ha un accento americano...”
Tom si maledì per aver abbandonato la cadenza nantuckettese appena messo piede a terra, ed annuì, sperando che quello che sentiva sulle guance non fosse colpevole rossore. Aveva lo stomaco in subbuglio, non si era mai sentito così, nemmeno quando si era trovato davanti Potter e la moglie al faro. Harry non lo aveva mai riconosciuto, ma in effetti quando si erano incontrati avevano pensato più a cercare di uccidersi che a parlarsi, per cui era quasi ovvio che l'altro non lo riconoscesse, ma con Draco aveva parlato spesso, aveva vissuto nella sua casa, si conoscevano. Se Fenrir lo aveva riconosciuto grazie all'odore, Draco poteva riconoscerlo per mille altri dettagli. Tom cercò di tranquillizzarsi, pensando che lo davano tutti per morto, ormai, e che aveva un aspetto fin troppo giovanile, rispetto alla sua età reale, per cui nessuno, a parte il padre del ragazzo che aveva di fronte poteva riconoscerlo, ma non riusciva a rilassarsi. Sostenne lo sguardo indagatore del giovane Malfoy, senza osare distogliere lo sguardo.
“Ho viaggiato molto.” Rispose, sorridendo freddamente.
“Mi ricorda qualcuno, sa? Forse ci siamo già incontrati altre volte?”
“No, impossibile. È la prima volta che vengo in Irlanda.”
“Ah, ma io non sono irlandese. Sono inglese. Magari ci siamo visti altrove.” Draco incrociò le braccia, stringendo gli occhi, concentrato sul viso dell'uomo. Gli metteva i brividi e non sapeva capire perché. C'era qualcosa in lui che lo riempiva di orrore gelido, ma non riusciva ad identificarne la ragione. Non gli era mai capitato di provare tanta istintiva repulsione per una persona, a parte... Voldemort. Bastò al giovane formulare quel nome nella sua mente, per sentirsi aprire un vuoto nel petto, come un pugno. Spalancò la bocca, guardando il mago che aveva di fronte. Non era possibile che fosse lui, ne era certo. Era morto, lo aveva visto morire con i suoi occhi, aveva assistito al suo funerale. Aveva passato anni a cercare di dimenticarselo, anni a lottare per riguadagnarsi una dignità ed un nome, anni a dimostrare che era cambiato e non era più, non era mai stato veramente un mangiamorte. La voce di quell'uomo lo aveva perseguitato nei suoi sogni, se la ricordava con chiarezza, ed ora... chi era costui?
“Chi.. Chi sei tu?” Chiese, con la voce strozzata nella gola.
L'ex Signore Oscuro fece istintivamente un passo indietro, rendendosi conto di esser stato riconosciuto. Trattenne il fiato, un attimo, poi rispose.
“Richard. Mi chiamo Richard Murray.”

.....segue.



//Prima di continuare a pubblicare la storia, vi consiglio di leggere anche questa fanfic, che scrissi tempo addietro, che spiega come sia possibile aver trovato Draco Malfoy ad occuparsi di una libreria mezza magica e mezza babbana a Dublino...

http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?s
id=538040&i=1

sabato 20 novembre 2010

Racconto di Natale 

La scacchiera stregata.

Aveva nevicato copiosamente a Nantucket, quell'anno, e l'isola era ricoperta da un morbido manto candido. Il mare era annerito dal freddo e dal vento, e nubi simili ad ovatta minacciavano costantemente nuove scariche di fiocchi sull'isola. Il faro svettava in tutto quel biancore, le strisce rosse disegnate sui fianchi di fresco a indicare la sua posizione anche a grande distanza, la luce, accesa fin dal primo oscurarsi del cielo.
Il mago aveva deciso di radunare per Natale un gruppo di amici a casa propria, e per garantirne l'arrivo, aveva inviato ad ognuno un piccolo dono, programmato come passa porta per condurre al faro il ricevente al momento opportuno. Dopo aver lustrato a lucido il faro e se stesso, e pronto in salotto ad accogliere gli ospiti, Tom Riddle cominciò a distribuire tonici a coloro che giungevano, sopratutto coloro che non erano abituati alla smaterializzazione.
“Cole! Fratello mio! Fortunatamente per te viaggiare in questo modo non è mai un problema... Prue, carissima, sempre splendida... vedo che anche tu ormai viaggi senza danni al modo di maghi e demoni” Sorrise ai primi arrivati.
“Tom, mio caro! Non è certo una banale smaterializzazione che può dar problemi ad un demone del mio rango....” sorrise l'altro, servendosi un brandy, mentre la bella moglie strega si guardava attorno.
“Tom la tua casa è splendida” Disse “Le decorazioni sono favolose! Non avevo mai visto tante candele galleggianti!”
“Dovevi vedere ad Hogwarts, mia cara... quelle si che erano decorazioni natalizie!”
Sorrise il mago, mentre un pop annunciava l'arrivo di altri ospiti. La casa, ampliata magicamente per l'occasione, si riempì rapidamente di gente sorridente, puntualmente fornita dal piccolo elfo di cocktail ed aperitivi, finché con un battito delle piccole mani non li invitò tutti alla cena.
Il sontuoso pasto venne rapidamente divorato dai commensali, che passarono la serata a raccontarsi le ultime novità, visto che vi erano tra loro amici che non si rivedevano da tempo ed altri che addirittura non si erano mai incontrati. Novizio di quegli incontri era Martin Mystere, il celebre studioso e giornalista, esperto divulgatore di misteri sulla linea di confine tra lo scientifico ed il para scientifico, che tenne banco raccontando storie interessantissime sulle proprie ricerche, salvo poi perdersi in una infinita disquisizione sui mondi inferi con un paio dei demoni ospiti del mago.

Al termine della lauta cena, la compagnia si spostò nell'ampio salotto, dove un paio di divani circolari erano sistemati attorno ad un grande caminetto la cui fiamma era alimentata da un paio di salamandre addomesticate. Cletus distribuì tisane digestive e liquori, accompagnati a biscottini, e si mise poi seduto sullo schienale del mago, a gustare la sua parte di tisana e le storie che sapeva presto sarebbero state raccontate... la parte più succosa di quel genere di serate, a suo avviso. Il primo a cominciare fu proprio l'anfitrione, dopo aver dato una fuggevole occhiata verso la propria scrivania, su cui troneggiava una bellissima scacchiera preziosa, i cui pezzi erano fatti ad immagine e somiglianza di un esercito antico. Vi si era avvicinato un paio di volte, durante la serata, e molti gli avevano fatto i complimenti per i pezzi, splendidamente scolpiti nel marmo bianco e nero, a rappresentare antichi soldati dell'età del bronzo. Il mago aveva spiegato che la scacchiera era ispirata alla guerra di Troia, ed i pezzi rappresentavano i personaggi dell'epica omerica. Dal lato acheo il re era ovviamente Agamennone, e la regina al suo fianco, anche se mai era stata presente sul campo di battaglia, era la regina Clitemnestra, mentre gli altri pezzi erano ovviamente i vari Nestore, Achille, Odisseo, Patroclo, gli Aiaci, di cui il Telamonio era rappresentato da una delle torri, in onore al suo poderoso scudo, e dall'altra parte, ovviamente era schierato l'esercito troiano, attorno a Priamo re ed Ecuba regina, affiancati da Paride, Ettore, Eleno, Deifobo, Dolone ed Elena.
“Sapete...” Cominciò, “Quella scacchiera è uno dei pezzi più belli mai giunti al negozio... e malgrado questo non siamo mai riusciti a venderla. O meglio, è stata venduta più volte, ma è sempre tornata indietro, al punto che io e Richard” Il mago alzò il bicchiere verso il socio, che stava osservando i pezzi con attenzione, e si girò a mala pena per replicare il gesto. “Abbiamo infine deciso di tenercela.”
Il socio del guardiano del faro si arricciò i baffi, dopo aver spostato un pezzo, e cominciò a raccontare.
“E' arrivata al negozio credo un anno fa, la portò una donna molto anziana, dall'aspetto dimesso, una vedova non troppo in buone acque. Disse che era appartenuta al marito, e che ora voleva disfarsene perché vedersela in casa le procurava troppo dolore, visto che le ricordava il defunto, che ci aveva passato intere giornate a giocare, spesso addirittura contro se stesso, a suo dire.
La misi in vendita e devo dire che trovò un acquirente nel giro di pochi giorni. Del resto è un oggetto di tale pregio che gli intenditori del settore non possono che apprezzarla, i pezzi sono totalmente lavorati a mano, senza la minima imperfezione, il marmo è pregiato ed arriva dall'Italia, dalle cave di Carrara, i pezzi sono squisitamente rifiniti. Insomma, quando me la vendette, ritenni di aver fatto un vero affare. Che così non fosse, non ci misi molto a rendermene conto.
Me la riportò al negozio il primo acquirente, dopo circa una settimana. Disse che i pezzi erano stati maledetti, che passavano intere notti a combattere gridando in greco antico, che si spostavano da soli, che addirittura si nascondevano per casa, impedendogli di giocare. La ripresi, rimborsandolo, e me la portai a casa, per verificare se non vi fossero incantesimi o maledizioni che mi erano sfuggite ad un esame preliminare, ma non trovai nulla. Giocai anche un paio di partite, con un amico, all'epoca ancora il caro Tom era solo un cliente e non il mio socio, e non sapevo ancora che fosse un ottimo giocatore, ma non riscontrai alcuna stranezza, in questa scacchiera. Certo, trattandosi di scacchi magici, per voi babbani possono parer strani, visto che si muovono e si affrontano da soli, durante la partita, semplicemente ricevendo dai giocatori l'indicazione della mossa, ma per noi sono assolutamente normali, e malgrado questi siano particolarmente belli, non mi parve allora che avessero nulla di strano. Così, dopo qualche giorno, li rimisi in vendita.
Fu nuovamente semplice, rivenderli... il nuovo acquirente era un mago celebrato per essere anche un grande giocatore di scacchi, vincitore di parecchi tornei, che si innamorò subito della scacchiera. Disse che voleva usarla per allenarsi, insegnano alla scacchiera a giocare da sola contro di lui e per le sue partite più importanti.
La riportò dopo solo tre giorni, dicendo che la scacchiera lo aveva battuto ad ogni partita, e che i pezzi si erano schierati contro di lui, sbeffeggiandolo.”
Il panciuto antiquario si interruppe per bere un sorso del brandy che teneva in mano, poi si arricciò i baffoni e riprese a raccontare, con voce sicura.
“Rimborsai a malincuore anche lui, pensando che probabilmente non era poi bravo quanto diceva di essere, o che probabilmente avesse insegnato agli scacchi a giocare troppo bene persino per lui e rimisi in vendita la scacchiera per la terza volta... e stavolta venne acquistata quando Tom era diventato mio socio. La scacchiera era rimasta invenduta per parecchio tempo, evidentemente si era sparsa la voce che fosse troppo magica, così ogni tanto la usavamo noi per giocare a scacchi e devo dire che il mio amico è uno dei giocatori migliori che conosco.. ben pochi sono stati capaci di stracciarmi in poche mosse per tre volte di fila, ma TU, amico mio, ci sei riuscito!” rise il mago, alzando il bicchiere verso il socio.
“In ogni caso, riuscimmo finalmente a rivendere la scacchiera, questa volta ad una signora molto avvenente, che disse che l'avrebbe regalata ad uno dei suoi numerosi amanti, grande scacchista.
Quando la riportò, ci narrò la storia più stana di tutte, disse che gli scacchi si erano trasformati in veri guerrieri e si erano combattuti nel suo salotto, distruggendolo e devastandole la casa, facendo fuggire nella notte il suo amante, terrorizzato.
Non potevo credere alle mie orecchie. Dovetti rimborsare nuovamente la donna, e stavolta decisi che avrei dato ai pezzi una sonora strigliata. Li disposi in fila davanti al banco, sgridandoli e smagizzandoli tutti, visto che insistevano a comportarsi da maleducati, e decisi di metterla in vendita come scacchiera normale, senza l'incantesimo solitamente usato per renderla magica.
Fu allora che compresi che non si trattava di un incantesimo avariato, ad aver creato i problemi che lamentavano i clienti...
Rivendemmo nuovamente l'oggetto, ad un maestro di scacchi di Boston, il quale disse che era ben felice non fosse magico, perché lo avrebbe usato per insegnare ai suoi allievi come giocare senza i suggerimenti dei pezzi, abitudine che molte scacchiere di esperienza hanno, di aiutare il giocatore a migliorare il gioco...
ed invariabilmente vedemmo ritornare il maestro e la scacchiera nel giro di pochi giorni. Oltre alla battaglia campale che ci aveva raccontato anche la precedente cliente, costui affermava che i pezzi si erano persino permessi di tentare di espugnare la casa accanto, gridando in greco antico.
Tom ed io riprendemmo l'oggetto, decidemmo di non metterlo più in vendita, ed il mio amico mi disse che lo avrebbe portato al faro per cercare di capire che problema avesse... ma qui devi continuare tu, amico mio, sei tu testimone diretto dell'evento.” Concluse l'anziano mago, indicando con un cenno della testa l'amico. Il guardiano del faro si schiarì la voce, prima di continuare il racconto.
“Portai qui la scacchiera, e la misi a posto esattamente dove la vedete... oziosamente spostai un pedone, una mossa d'inizio semplice ed innocua, ma senza la volontà effettiva di giocare... senza contare che avendo tolto la magia dai pezzi, sicuramente non avrebbero potuto rispondermi... perciò potete immaginare la mia sorpresa quando un'ora dopo, passando accanto alla scacchiera trovai un pezzo spostato. Ora, Cletus non sa giocare a scacchi, non ha mai voluto imparare, malgrado i miei tentativi di insegnarglielo, e nemmeno Ken, il piccolo fantasma che vive con noi... l'altro fantasma, il Capitano, sa giocare, ma di solito preferisce il backgammon, e quando ha voglia di una partita di scacchi solitamente me lo dice, senza farmi giochetti del genere, perciò vi era effettivamente qualcosa di strano, in quella mossa. Non potevo escludere che fosse stato Spaccaossa a spostare involontariamente il pezzo, camminando sulla scacchiera, ma come ogni gatto in realtà è in grado di camminare con leggiadria tra piccoli oggetti, senza spostarli se non per un motivo preciso, che di solito è reclamare cibo ed attenzione... per cui incuriosito, spostai un altro pezzo, un'altra mossa. Me ne andai, fingendomi occupato in altre faccende, ma tenendo d'occhio la scacchiera, e vidi un pezzo muoversi in risposta. Facendo finta di nulla, come se trovassi normalissima la cosa, risposi, e per farla breve, giocai una partita con un avversario che si dimostrò estremamente abile. Ai miei tempi...” il mago si interruppe, sorridendo. Solo pochissimi, in quel salotto, conoscevano la sua vera identità, ed il suo socio non era tra quelli. Si trattenne perciò dal puntualizzare di aver preso quattro premi di scacchi a Hogwarts, perché sarebbe stato come dichiarare ai quattro venti la propria identità, e si tenne sul vago. “Ai miei tempi, ero bravino a scacchi e viaggiando ho imparato sempre di più, al punto che come il mio caro amico Richard sa bene e non perde occasione di rinfacciarmi, sono diventato quasi imbattibile. Ma questo giocatore misterioso era decisamente più abile di me. Persi la partita, e decisi di non far caso di aver giocato praticamente con una scacchiera che non poteva muovere da sola i pezzi. Finsi di andare a dormire e mi posi in attesa di eventi, cercando di capire se quello che ci veniva regolarmente raccontato dai clienti su quella scacchiera era vero. Ma non sentii nulla. Giocai per diverse sere con la scacchiera, ma senza aver mai problemi di rumori o assalti guerreschi nella notte. Decisi di tentare un esperimento. Cominciai una partita, muovendo come al solito il nero, e misi sotto la sedia del giocatore bianco un talismano che serviva a rivelare qualsiasi traccia di magia. Dopo un'oretta, la mia trappola scattò. Sentii uno strepitio, ed un clangore metallico, come se qualcuno stesse sbattendo una lama contro delle sbarre. Corsi a vedere e mi trovai davanti al motivo ed alla causa di tutto. Un fantasma, intrappolato nella barriera creata dal talismano. Ed un fantasma di una certa celebrità...”
Il mago sorrise, bevendo un sorso della birra scura che teneva in mano, facendo girare lo sguardo sugli amici che lo guardavano con occhi spalancati, ansiosi di sentire il seguito.
“Avete presente di quali personaggi è composta la scacchiera? Ve l'ho detto all'inizio... sono i guerrieri dell'epica omerica. Ne conoscevamo uno, un tempo, lo ricordate?” Chiese il mago sorridendo. “Almeno, alcuni di noi lo conoscevano.....” sorrise, poi guardò verso la scacchiera.

“Dai, socio, fatti vedere un'ultima volta, coraggio.” disse.
Una voce profonda sbuffò, ed un gigante, semi trasparente, attrezzato di tutto punto di un'armatura di bronzo, le braccia conserte sul petto muscoloso ed immenso apparve, con un sogghigno sul viso. Passò gli occhi sul gruppetto di persone, gelate a guardarlo.
“Quante facce nuove...” disse Aiace di Telamone. “Allora è vero, il fantamondo non è morto affatto.” Annuì, un mezzo sorriso sul volto. “Ma alcuni li conosco, e bene. Salve, amici. Ben ritrovati.”
Molti restarono a guardarlo stupiti, senza capire, qualcuno rise, altri lo salutarono con grandi esclamazioni e la Diva si mise teatralmente a piangere, cercando di correre ad abbracciarlo, per cadere ai piedi del tavolino, dopo aver attraversato il fantasma del guerriero.
Il mago ed il guerriero risero, scambiandosi un occhiolino, e Tom tornò a raccontare.
“Questa scacchiera arrivava da Salamina, ma non lo sapevo... era stata stregata per simulare la guerra di Troia, in effetti, ma quello che non immaginavo è che fosse appartenuta al mio caro amico... e che dalla sua dipartita fosse rimasto legato a quest'oggetto.”
Il guerriero sospirò, ridacchiando.
“Che stranezza, vero? Con tutti i luoghi ed i fantaluoghi che ho frequentato in vita mia, il caso ha voluto che fosse questa scacchiera a custodire una parte del mio spirito... quando è stata venduta all'Arcana Cabana ho visto Tom ed ho cercato di farmi sentire, ma a quanto pare non sono particolarmente bravo come fantasma... mi parte la memoria, ogni tanto e mi ritrovo a rivivere solo i pezzi della mia vita che ricordo meglio, le battaglie a cui ho preso parte, la follia...” Disse Aiace con voce profonda. “Tutte le volte che mi trovavo in altri luoghi che non fossero il negozio, con persone che non riconoscevo, davo di matto e facevo casino, e mi riportavano indietro. Per cui datevi pace, voi due...” Rise, guardando i due maghi. “Non azzardatevi a vendermi di nuovo!”
Richard e Tom alzarono le mani ridendo.
“Mai socio! Non oserei!” disse il guardiano del faro.
Il fantasma del guerriero annuì, sorridendo, poi alzò le mani in segno di saluto, pronunciando le ultime parole con voce nostalgica.
“State bene.... e ricordate, è solo un gioco, cazzo!”
E quindi scomparve, dissolvendosi lentamente.
Sul gruppetto radunato tornò il silenzio, rotto solo dai singhiozzi della Diva che strepitava per terra, chiamando il nome del fratello. La donna si avventò sull'ex marito, prendendolo per il collo.
“MIA! La scacchiera deve essere mia, a qualunque costo! La devo avere! È MIO FRATELLO!”
Il mago la bloccò e la trasformò nella solita teiera fiorata, che posò sul tavolino, poi, mentre la riempiva di gin le spiegò: ”Calmati, Diva... Lo hai sentito? Non vuole esser venduto... e poi non è di nessuno, quando vorrà venir da te lo farà, e comunque una partita a scacchi con lui puoi sempre venire a farla anche qua. Ma ora calmati, ok?”
La fece tornare umana, ed il gin che le aveva fatto bere sortì gli effetti desiderati, al punto che la donna, ubriaca malgrado la sua abituale resistenza all'alcool, si addormentò sul tavolino per un paio di ore, mentre altri ospiti raccontavano le loro storie, dopo aver digerito la sorpresa dell'apparizione.